Un bergamasco in Spagna: soffro per le mie due patrie

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Si chiama Cristian Salomoni Scordo, è di Bergamo, ma da anni vive in Spagna, prima a Madrid poi a Barcellona, dove insegna all’Università nella Facoltà di Criminologia e lavora come consulente presso lo studio Nechi Group. Christian ha una vita e una carriera al top nel paese latino che, dopo l’Italia, è uno dei più colpiti dal Covid 19. E proprio per questo ci ha voluto raccontare la sua esperienza piena di sofferenza sia per quello che sta accadendo in Spagna, sia a Bergamo, nella sua terra dove vivono i suoi genitori e i suoi nonni. Per uno come lui esperto in analisi del comportamento umano, delle emozioni nei vari campi (politico, criminalistico e aziendale), gestire le emozioni dovrebbe essere semplice. Ma una pandemia come questa davvero non se l’aspettava. Eppure – ha raccontato – all’inizio, quando in Italia già c’erano le zone rosse e si moriva per il covid 19, gli spagnoli non lo hanno preso seriamente. «Nessuno mi faceva caso quando spiegavo quello che già stavo subendo Bergamo e in concreto il mio paese, Grumello del Monte castigato da questa epidemia – ha raccontato – La cosa che più mi infastidiva è che non credevano quello che accadeva: i militari che portavano via i morti, la paura, i contagi, che non era un semplice influenza, che non solo moriva gente anziana, che gli ospedali erano pieni, i malati trasferiti anche all’estero, che la Lombardia è stata chiusa e nessuno poteva entrare né uscire… Mi accusavano di essere allarmista, persino i miei amici italiani in Spagna». Poi il silenzio. Come un terremoto tutto quello che aveva vissuto l’Italia era arrivato a Madrid e non solo. Il primo positivo diagnosticato è stato confermato il 31 Gennaio 2020 sull’isola Canaria de La Gomera, mentre la prima morte è avvenuta il 13 febbraio nella città di Valencia, dato che è stato scoperto ben 20 giorni dopo. Data la rapida espansione del virus, la prima restrizione era stata decretata il 14 marzo. Il 26 marzo il Congresso dei deputati, in una sessione plenaria straordinaria, ha autorizzato il governo a prorogare lo stato di allarme fino all’11 aprile lasciando aperti e operativi solo i servizi essenziali. E proprio il 4 aprile, il presidente Pedro Sánchez ha annunciato l’intenzione di richiedere una nuova proroga dello stato di allarme, fino al 26 aprile .Ecco come Cristian ha raccontato quei giorni: «Il 13 di marzo fu l’ultimo giorno che ho lavorato in ufficio, per responsabilità abbiamo deciso iniziare ancor prima che il governo iniziasse con le misure ristrettive che sarebbero arrivate a breve. Gli animi erano tristi, sembrava che stavamo chiudendo l’ufficio anche se in realtà ci preparavamo per lo smart working: i computer, gli auricolari, i documenti, le chiamate rinviate ai cellulari. Ci siamo salutati consapevoli che non ci saremmo visti per molto tempo. Quel giorno lo ricorderò per tutta la vita. Era un venerdì, sembrava una scena di un film, tutti si preparavano per la quarantena: i negozi mettevano i cartelli di “chiuso fino a nuovo ordine”, le mascherine e gel antisettici erano già irreperibili, i primi assalti ai supermercati. Poi le strade deserte. Vivo in una zona molto trafficata vicino alla Sagrada Familia e mi stringe il cuore vedere così Barcellona. Mi manca il mare o passeggiare per le vie del centro storico assaporando l’incanto di questa città. Poi i viaggi cancellati. Le mie lezioni a Madrid e in Italia tutte rinviate o trasmesse on line.  La cosa più difficile è vedere quello che succede a Bergamo. Qua a Barcellona usciamo ogni sera alle 20 ad applaudire a tutto il personale sanitario e chi sta lavorando per combattere il virus, si parla con i vicini e alcuni mettono musica come se fosse una discoteca. Il clima è allegro, si cerca di scacciare i brutti pensieri. Però poi arrivano i messaggi da casa spiegando chi è morto o chi è andato in ospedale. In una sola giornata mi sono ritrovato a dare sei condoglianze a persone a me care che hanno perso un familiare». E in Italia? «Mio nonno attualmente è in ospedale a Seriate positivo per coronavirus, e mia nonna si trova a casa in quarantena monitorata sicuramente anche lei positiva. Come potete immaginare questo ci obbliga a non poter andare a trovarlo, a stagli vicino, a stringergli la mano, fagli una carezza, sorridergli. Questo virus ci sta portando via una cosa a noi cara: il contatto fisico. Quel contatto fisico di cui abbiamo bisogno: un abbraccio, un bacio, una pacca sulla spalla, una stretta di mano».Abbiamo dunque chiesto a Cristian che tra l’altro è un volto noto della tv spagnola come opinionista che analizza il volto di politici e vip per capire se mentono, cosa possiamo imparare da questa situazione? «Credo che Prima di tutto dobbiamo ringraziare per tutto ciò che abbiamo. Ci accorgiamo di quello che abbiamo solo quando lo perdiamo: camminare liberamente, andare dove vogliamo, sentirci liberi e stare con la gente che amiamo. Tutta quella routine che non apprezziamo e che ora ci manca. Impariamo a smetterla di lamentarci e preoccuparci di ciò che non è importante: che una cosa non è uscita per il verso giusto, che qualcuno ci ha criticato o risposto male, cosa penseranno di me ecc. impariamo a capire cosa è davvero importante. Ora che abbiamo tempo, domandiamoci cosa possiamo fare: scrivere a un vecchio amico, aiutare qualcuno, passare del tempo con i nostri figli. A volte abbiamo bisogno che la vita ci metta davanti delle difficoltà per aprire gli occhi. E non succede nulla. L’importante è che li apriamo e che impariamo. La vita è come è, nessuno ci ha detto che sarebbe andata diversamente. L’unica cosa che possiamo fare è accettarlo, invece di arrabbiarci o continuare a lottare perché sia diverso. Ha le sue luci e le sue ombre, proprio come te e me. Non è perfetto, proprio come non lo sei tu e non lo sono io.  Quando tutto questo passerà ci abbracceremo, rideremo e piangeremo guardandoci agli occhi felici uno davanti all’altro. Torneremo a bere birra o vino, torneremo a ballare, il sole sembrerà più caldo e la luna più misteriosa, quando tutto passerà.Speriamo».

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