Sergio Bramini, l’imprenditore monzese fallito per colpa dei crediti con lo Stato

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La sua azienda di smaltimento rifiuti, la Icom, che aveva fondato con passione nel 1973 con i suoi amati dipendenti ormai è solo un ricordo. E persino quella villa in via Sant’Albino 22, tra Monza e Brugherio, che aveva costruito per la sua famiglia con tanti sacrifici, ormai andrà all’asta al Tribunale di Monza il 22 novembre. Sergio Bramini, ormai noto imprenditore fallito per i crediti con le pubbliche amministrazioni, adesso è consulente del Governo Gialloverde e sta cercando di far approvare una legge che porta il suo nome e che tutela quegli imprenditori che hanno avuto le sue stesse sfortune e sono tanti. Va a Roma più volte alla settimana, partecipa e organizza convegni con le associazioni dei piccoli imprenditori riuniti in Omniarete, e continua a lottare per riprendersi almeno la sua casa. Lo abbiamo incontrato davanti alla Procura di Monza dove ha appena depositato un’altra denuncia di usura nei confronti delle banche.

«Ho scoperto che oltre a tutto il resto avevo pagato l’assicurazione antincendio per la casa alla banca, ma non risultava. Dove sono finiti quei soldi? Per questo spero nei magistrati puri, quelli onesti che vanno avanti anche nel perseguire i potenti».

Signor Bramini, come è nata la sua debacle?

«La mia azienda era solida e lavoravo per i privati all’inizio. Poi, visto che molti di loro fallivano e non mi pagavano, decisi di dedicarmi al settore pubblico. Sapevo che in Sicilia si poteva partecipare a gare interessanti per il nostro settore e così feci. Lavoravamo bene e venivamo pagati tutto sommato, fino a che non entrarono in scena le Ato (Ambiti Territoriali Ottimali, ndr) e iniziò il disastro. Era il 2007 e già i crediti da parte delle pubbliche amministrazioni erano ingenti, le banche non facevano ormai più credito e gli interessi erano alle stelle. Nel 2010 l’Ato di Ragusa che doveva pagarmi andò in liquidazione ma i soldi non arrivarono…Così ipotecai la mia casa per 517 mila euro con Mps. Ad oggi ho ripagato tutto ma mancavano 168 mila euro e per questo lo Stato me l’ha portata via».

Ci risulta che non sia solo la casa il problema…

«No di certo perché ipotecai anche gli uffici di Bresso dove lavoravano una trentina di persone..mi mancavano solo 30 mila euro per non fallire. Chiesi alle amministrazioni creditrici di aiutarmi ad accedere al concordato preventivo, ma niente, non mi diedero neanche un euro. Così il 24 marzo 2011 andai io stesso in Tribunale a dichiarare fallimento in proprio. La faccio breve: io lo avevo fatto per salvare l’azienda e i dipendenti, vendetti anche la mia auto a soli 4500 euro e distribuii i soldi tra i dipendenti, ma il curatore fallimentare fece di tutto per dimostrare che io avevo provocato il dissesto! Sappiamo bene che non è così»

Mentre parla dei suoi dipendenti gli si gonfiano gli occhi di lacrime…

«Eravamo una famiglia, non avrei mai potuto voler distruggere tutto quello che avevo costruito. Oggi vivo con tutta la mia famiglia (moglie, tre figli e una nipotina) in un appartamento e prendo 800 euro di pensione; do una mano a mio figlio, ma le assicuro che la mia azienda mi manca così come la mia casa».

Per farla breve, a quanto ci ha raccontato, il Tribunale le ha chiesto di intaccare il suo patrimonio personale e poi è arrivato ad esigere la casa. A sfrattarlo lo scorso 18 maggio. Una villa che sul mercato era stata valutata due milioni di euro ma che adesso è all’asta per 500 mila e probabilmente il prezzo scenderà ancora.  La prima asta, lo scorsa primavera, era andata deserta. Intanto da quel 18 maggio quando lo hanno di fatto sloggiato con la famiglia Bramini si batte per riprendersi la sua casa e per aiutare quegli imprenditori come lui che sono sul baratro per colpa dei debiti della pubblica amministrazione. Cosa sta facendo?

«Il Ministro Di Maio mi ha offerto una consulenza proprio perché ho esperienza di temi fallimentari e di sfratti ad essi legati. Ci sono 500 mila sloggi in vista di cui 150 mila prime case: lei crede che questa gente sappia dove andare? Io mi sto occupando di fare una legge almeno per evitare che si venga sfrattati prima che si concluda l’Asta e trasferito l’immobile. Mi aiutano avvocati ed esperti, siamo quasi in dirittura d’arrivo, ma non è semplice».

Perché?

«Prima di tutto perché sono un consulente che opera da solo , senza una struttura , ma soprattutto perché la legge dovrà essere approvata dall’Ufficio legislativo, che dovrà dare l’ok. Purtroppo la politica non può fare tutto, perché poi la parola passa ai funzionari ».

Vuol dire che lei è deluso da questo governo?

«Assolutamente no, loro sono diversi dagli altri, sono dei puri. Ma purtroppo i meccanismi nei quali sono entrati non lo sono, io sento ancora forte lo strapotere delle banche nell’economia del nostro Paese e questo se non vi poniamo rimedio, ci distruggerà».

Perché non entra in politica?

«Non sono interessato a questo; io sono solo un lavoratore e tale rimarrò. Non mi interessano le casacche e aiuto chi mi chiede una mano sia che sia del Governo, sia dell’opposizione (anche se è più difficile). Voglio però far capire una cosa: io mi batto per quegli imprenditori che non vengono pagati dalle pubbliche amministrazioni soprattutto perché il rischio è di avere migliaia di disoccupati a spasso in quelle regioni critiche, come la Sicilia, dove si paga a quattro anni! Dove andrà quella gente quando perderà il lavoro? Tra i forestali? È per questo che sto con gli imprenditori e credo che, se la petizione che era stata promossa per salvare la mia casa al Presidente della Repubblica ha raccolto 186 mila firme, dietro di me c’è gente vera che aspetta un sostegno dallo stato e non uno schiaffo».

Laura Marinaro

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