“Prigioniero” del covid da marzo, per lui nasce un cocktail

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«Mezcal, Punt e mes, Aperol, gocce di fernet e servire con ghiaccio». Questa è la ricetta del nuovo cocktail nato grazie all’inventiva dei maestri del Nottingham di Milano per il monzese Simone Bertuzzi, prigioniero del covid senza sintomi dall’inizio di marzo nel suo appartamento in zona Triante. La sua è una storia a dir poco pazzesca che, soltanto grazie alla sua forza di volontà (Simone si occupa di coaching ed è uno psicologo) e ai suoi amici è diventata una storia da bere oltre che da raccontare. «Tutto inizia a gennaio quando mia moglie Miriam si ammala e inizia ad avere i sintomi del covid anche se allora non se ne parla ancora – racconta – comunque verso metà marzo lei peggiora e il 23 aprile chiamiamo il nostro pneumologo che nel frattempo si era ammalato di Covid; a quel punto contattiamo la Ast che ci mette in isolamento ma senza fare a lei il tampone. Intanto lei migliora e sembra tutto risolto; peccato che a maggio mi chiamano per fare il test sierologico per studi statistici e io risulto positivo; poi vengo sottoposto a tampone e anche quello malgrado non abbia mai avuto nulla è positivo». A quel punto Simone che non era mai uscito per rispetto degli altri e della quarantena si ritappa in casa, mentre la moglie, che era guarita e mai era stata sottoposta a tampone, torna a lavorare. La facciamo breve: siamo a fine giugno e Simone è ancora a casa essendo risultato positivo ad altri tamponi di controllo ma nessuno gli spiega quando potrà uscire: «La cosa pazzesca è che mai nessuno mi ha visitato, ho sempre parlato solo con burocrati che mi hanno spiegato che il tampone a mia moglie, per come stava, non era necessario quanto l’isolamento di 14 giorni, e che io essendo stato sottoposto a test nella seconda fase, quando le direttive erano cambiate, dovevo fare i tamponi di controllo. Peccato che vivo in una casa senza balconi e mi sento un recluso in più non so se questa malattia subdola può avermi fatto danni …». In tutto ciò però è nata una cosa bella. Un giorno Simone ha scritto un post su facebook in cui raccontava questo incubo e lanciava un appello ad essere liberato: «Agli arresti domiciliari, senza sapere la fine della pena, non so più come sia il mondo di fuori. L’impressione è che il mondo si sia dimenticato di noi che con il Covid ci viviamo. Reclusi per sicurezza altrui, ma abbandonati da tutti quelli che dovrebbero sostenerci. Abbandonati nel limbo della burocrazia e affidati a burocrati addestrati a ragionare solo in punta di procedura.
Mi torna in mente la “guida galattica per autostoppisti”, bel libro per chi ama la fantascienza stralunata, nella descrizione dei Vogon: «I Vogon sono una delle razze più sgradevoli della galassia; non sono cattivi ma insensibili burocrati zelanti con un pessimo carattere, sì. Non alzerebbero un dito per salvare la propria nonna dalla Vorace Bestia Bugblatta di Traal senza un ordine in triplice copia spedito, ricevuto, verificato, smarrito, ritrovato, soggetto a inchiesta ufficiale, smarrito di nuovo ed infine sepolto nella torba per tre mesi e riciclato come cubetti accendifuoco» Non mi resta che aspettare qualche forma di vita aliena che mi liberi. Ebbene a liberarlo almeno per la mente è arrivato l’amico del Nottingham lo storico bar milanese che ha festeggiato 50 anni, che gli ha inviato a casa una sera il cocktail nato per lui che ha il suo nome «Un drink per Simone» con la scritta Love. Adesso non resta che aspettare di uscire….e andare insieme a brindare al Nottingham!

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