Prestiti agli imprenditori? Il Governo rischia molte cause

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AVVOCATO DOMENICO MUSICCO

Dopo due mesi di emergenza coronavirus, l’Italia è al collasso. Il governo ha previsto una serie di tutele economiche per i cittadini che, oltre non essere state per buona parte ancora erogate, si stanno dimostrando largamente insufficienti. In particolare, l’ultimo Dpcm ha dato fiato alle polemiche di tutta una serie di imprenditori costretti a restare chiusi anche dopo il 4 maggio. E di chi vede nelle aperture parziali del Paese una soluzione del tutto illogica. Protestano vivacemente, ad esempio, quelli della Federmobili, con il presidente Mauro Mamoli che dice: «Il 4 maggio le industrie riapriranno per produrre e consegnare: ma a chi? se il commercio al dettaglio resta chiuso?» Soprattutto sono sul piede di guerra tutti coloro che lavorano nel comparto della ristorazione, che vedono, di fatto, allungare la propria forzata quarantena ancora per molto tempo, eccezion fatta per la cucina d’asporto, un rimedio davvero blando al problema. Ha detto Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia: «Sono in pericolo 320 mila locali che oggi danno lavoro a oltre un milione e 200 mila persone». Dopo tre mesi saranno tantissimi quelli che non riusciranno a riaprire. E quelli che lo faranno, lamentano molti, vedranno i propri locali trasformati in “sale chirurgiche”, tutt’altro che una prospettiva attraente per i clienti. Naturalmente non è colpa del governo se in Italia c’è un virus che uccide. Tuttavia i rimedi che ha messo in atto appaiono erronei anche dal punto di vista giuridico. La questione è stata ben messa in evidenza dal collega penalista Fabio Schembri: l’esecutivo ha sì il potere di chiudere un’attività per questioni di emergenza sanitaria, ma deve, in questo caso, prevedere un indennizzo per l’imprenditore cui vengono abbassate le saracinesce del locale. Altrimenti si è legittimati a far causa. Lo prevede espressamente l’articolo 2045 del codice civile: esso sancisce che il danneggiato possa chiedere un’indennità la cui misura è rimessa all’equo apprezzamento del Giudice, nei confronti di chi abbia compiuto il fatto dannoso costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, danno che non è stato dallo stesso volontariamente causato né altrimenti evitabile. Sembra la descrizione perfetta dell’emergenza pandemia. Ancor più nel dettaglio possiamo rifarci all’articolo 834 che regola gli espropri: allo Stato è data facoltà di espropriare una casa per ragioni di interesse pubblico, come il passaggio di una ferrovia, ma è tenuto a indennizzare il cittadino. Invece, il governo non ha al momento messo nei decreti alcun indennizzo per gli imprenditori a cui ha chiuso le attività. Ha stabilito solo che essi possano chiedere un prestito garantito dallo Stato senza istruttoria, prestito peraltro gravato da interessi e per il quale servono numerosi documenti e autocertificazioni. Non solo dunque un’arma a doppio taglio (l’errore in un’autocertificazione può portare ad accertamenti e a sanzioni penali e il mancato rientro del prestito alla morte creditizia dell’imprenditore), ma una vera e propria beffa. Per fare un parallelo con quanto sopra: è come se il governo espropriasse una casa privata e al posto di pagare un indennizzo al cittadino, lo obbligasse a indebitarsi per comperarne un’altra. Questa posizione espone l’esecutivo a innumerevoli cause da parte di milioni di imprenditori. Forse non è un caso che il ministro per lo Sviluppo Economico Stefano Patuanelli abbia ora annunciato a Quarta Repubblica l’arrivo a fondo perduto per le microimprese di 10 miliardi. Si tratta di una cifra, è bene ricordarlo, del tutto insufficiente, soprattutto se non accompagnata da un’immediata revisione delle scadenze fiscali. Sarà altrimenti inevitabile un disastro senza precedenti per la nostra economia. E i tribunali si riempiranno di cause da parte di chi è fallito o ci è andato molto vicino.

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