Omicidio Seriate, al via il processo

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«Sono tranquillo e sono innocente. È Gianna a darmi la forza per affrontare il processo». Antonio Tizzani, ex ferroviere di 71 anni, accusato di aver ucciso la moglie Gianna Del Gaudio, insegnante in pensione, nella loro villetta di Seriate il 26 agosto 2016, si prepara al processo in Corte d’Assise a Bergamo che inizierà il 4 dicembre. Tizzani, oltre a rispondere all’accusa del pm Laura Cocucci di omicidio volontario ha anche un’imputazione per maltrattamenti in famiglia. Un vero e proprio giallo al quale i carabinieri di Bergamo hanno dato risposte con una lunga e minuziosa indagine e con prove scientifiche, alle quali non crede nè Tizzani che continua a professarsi innocente, nè i figli Paolo e Mario. Il delitto secondo gli inquirenti sarebbe maturato nell’ambito di una lite (sulla quale pesano delle testimonianze dirette) e giunta dopo anni di maltrattamenti (comprovati da testimonianza anche dei figli, nonché da referti medici, purtroppo mai denunciate formalmente). La responsabilità di Tizzani sarebbe provata da diversi elementi: Tizzani – che davanti al pm non ha mai parlato e che invece ha rilasciato diverse interviste tv quantomai “fantasiose” – la sera del delitto ha raccontato ai carabinieri che, dopo aver cenato a casa col figlio Mario e la compagna e prima di mezzanotte, lui e Gianna erano rimasti soli; lui era nel giardino davanti alla villetta ad innaffiare le piante, mentre la moglie in cucina a lavare i piatti:. Ad un tratto si sarebbe accorto della presenza di uno sconosciuto incappucciato che frugava nella borsa della donna in soggiorno. Gli avrebbe urlato di andare via e nell’inseguirlo si sarebbe accorto della moglie morta in un lago di sangue sgozzata davanti al lavandino. Non l’avrebbe soccorsa e avrebbe inseguito invano il ladro. Poi avrebbe chiamato il figlio Mario e dopo le forze dell’ordine. Le incongruenze nel racconto riguardano la accertata inesistenza dell’incappucciato, mai visto da nessuno o ripreso, il fatto che Tizzani era perfettamente pulito, anche di sudore, quella sera in caserma (quindi potrebbe essersi cambiato), le macchie di sangue della moglie nel bagnetto superiore ripulite e emerse al luminol, il suo Dna nel manico del cutter pieno di sangue della vittima, che fu ritrovato insieme a dei guanti insanguinati in un sacchetto in dotazione a casa Tizzani il 6 ottobre successivo, un particolare: «Sono passato dalla cucina e ho visto mia moglie che rantolava e moriva…». Gianna Del Gaudio aveva il volto rivolto a terra, così la trovarono i soccorritori, come faceva Tizzani a sapere che era morta se non si avvicinò nemmeno? Ci sono poi delle testimonianze sulla lite tra Antonio e Gianna di quella maledetta sera. Prima quella del vicino che abita accanto alla villetta, che ha riferito di avere sentito urlare marito e moglie, poi soltanto la voce di lui all’orario compatibile a quello dei fatti. Poi ci sono due ragazze, che chiacchieravano in un’auto parcheggiata non lontano: «La nostra attenzione – è scritto nella sit – veniva attirata dalle urla molto forti di un uomo; erano urla rabbiose, l’uomo appariva estremamente alterato e la voce era roca. Ho compreso solo le parole “non è possibile, cazzo” e a tratti sentivo la voce molto flebile di una donna che piangeva disperata. Ciò è durato circa 20 minuti ovvero fino alle ore 00.35». Una delle due ragazze aveva poi riconosciuto la voce del 71enne in caserma. Nei giorni precedenti all’udienza sono poi emerse testimonianze inquietanti dei due figli della coppia, Mario e Paolo, che hanno confermato ai carabinieri i maltrattamenti subiti dalla povera Gianna per anni. Un dato che per la difesa non conta essendo riferiti a anni molto precedenti al delitto. In realtà anche la consuocera di Mario aveva stigmatizzato la situazione: «Ho trascorso una mattinata al mercato in compagnia di Gianna – ha detto la donna – la quale, in relazione ad una certa affinità tra di noi, parlando della famiglia e dei figli mi confidava del difficile rapporto col marito che la maltrattava psicologicamente e che le aveva messo le mani addosso. La donna aggiungeva che il marito a volte eccedeva nel bere. Di fronte alle mie rimostranze Gianna riferiva di amare il marito e che non poteva che accettare questa situazione». Infine ci sarebbe un’intercettazione audio di Tizzani che in auto ammette: «Gianna, come faccio io senza di te…quello che hai fatto hai fatto …bastava solo che stavi insieme a me …perché perché». Per i figli non ci sono prove concrete che il padre sia il colpevole e strano è un secondo Dna maschile ritrovato sul guanto vicino al cutter che sarebbe lontanamente simile (solo per l’aplotipo Y) a quello ritrovato sul cadavere di Daniela Roveri, la manager uccisa a Colognola a dicembre 2016. Un Dna difficile da analizzare, secondo il consulente di Tizzani Giorgio Portera, come quello sul cutter che non sembra sicuramente di Tizzani stesso. Ci sarebbero anche altre impronte interessanti di sangue non di Tizzani, né di Gianna, in casa che lo stesso consulente ha prodotto per la difesa. In aula si prevede battaglia.

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