Omicidio di don Roberto, la difesa dell’assassino

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Affrontando con tristezza infinita il brutale assassinio di don Roberto Malgesini, 51 anni, il cosiddetto “prete degli ultimi” di Como, vorrei sottolineare un punto che non è puramente sentimentale, ma giuridico e tecnico se vogliamo.

I fatti. Martedì 15 settembre alle 7 don Roberto sta caricando la sua Panda davanti alla parrocchia di San Rocco, proprio nel piccolo parcheggio, con le colazioni che porta ogni mattina ai clochard, ai disperati che dormono per strada in città. Quegli stessi che alcune settimane fa sono stati immortalati nei loro giacigli di fortuna, mentre un assessore del Comune toglieva la coperta. Lui, però, come San Francesco, come Gesù stesso, come tanti altri sacerdoti, vive la sua missione “sul campo”, proprio per aiutare i bisognosi e gli ultimi appunto. Anche coloro che finiscono in carcere perché hanno sbagliato strada, oppure chi si è sbandato come Rhida, un tunisino di 53 anni che vive in Italia dal 1993 ma che, a causa di problemi con la Giustizia, non ha più il permesso di rimanere e deve essere espulso. Don Roberto aiuta tutti come può: con un pasto caldo, con le pratiche burocratiche, con un sorriso e una parola, con qualche euro e persino con piccoli aiuti come accompagnarli da qualche parte. Rhida lo conosce bene. Lui lo chiama e lo avvicina con la scusa di chiedere un passaggio. Ma ha un coltello da cucina con sè e vuole usarlo. Rhida ce l’ha con tutti, col Prefetto, con i suoi avvocati e persino col povero don Roberto. Lo ammazza. Diverse coltellate, quella fatale perfora il polmone del prete che si volta per difendersi, e che poi resta lì a terra senza vita.

Sgomento, orrore e rabbia sono i sentimenti che animano tutti coloro che amavano e conoscevano questo prete, mentre odio gratuito e tanta ignoranza quelli che hanno scatenato i soliti leoni da tastiera sui social.

A questo punto un po’ di chiarezza sulle scelte “processuali” del tunisino che lo ha colpito. Perché non uso il condizionale malgrado l’uomo sia indagato? Perché subito dopo il fatto è corso dai carabinieri a raccontare cosa aveva fatto e poi – dopo aver medicato la ferita alla mano causata dall’accoltellamento – ha ripetuto la stessa versione alla Polizia in maniera lucida. Una versione che lo ha portato dritto dritto ad essere indagato per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione. E sì perché il suo avvocato d’ufficio, arrivato dopo perché i suoi legali di fiducia giustamente non hanno voluto più difenderlo visto che lui avrebbe voluto far fuori anche loro, non ha fatto in tempo a consigliarlo. Ridha ha detto che quel coltello lo aveva comprato giorni prima – e così ha cristallizato la premeditazione – per uccidere i suoi avvocati e anche il Prefetto se fosse stato necessario e chiunque rappresentasse l’ordine costituito che lo avrebbe portato dritto in Patria con un decreto di espulsione a breve. «Ho colpito il prete sì perché anche lui non voleva aiutarmi», ha detto.

Dopo due giorni l’interrogatorio di garanzia davanti al Gip alla presenza dell’avvocato che sostiene per lui una infermità mentale, diversi problemi psichici – comunque non provati da alcun documento – e Ridha cambia versione: «No non l’ho ucciso io, ma il Prefetto». Dice riferendosi al fatto che un indiretto “mandante” di quella “follia” sarebbe chi lo ha reso così arrabbiato. Lo ha fatto sperando in una perizia per seminfermità mentale? Sicuramente sì, ma alla gente comunque bisogna spiegare che ha potuto farlo perché tutti abbiamo diritto ad una difesa degna, tutti. E nel processo quelle dichiarazioni davanti al Gip sono molto importanti, anche se non probanti. Il nostro codice garantista impone comunque che le accuse siano provate, anche in occasione di una confessione. ed è giusto così. Piaccia o non piaccia. Ridha come tutti gli indagati ha diritto di difendersi al meglio e di attuare le strategie che per questo riterrà opportune. Inutile accanirsi sui social vomitando frasi del tipo: bisogna gettare la chiave, o quel prete aveva colpa perché quella gente non merita aiuto, oppure merita una brutta fine anche il suo avvocato!

No no nemmeno don Roberto Malgesini vorrebbe questo odio, questo livore dettato dall’ignoranza del diritto (o finta ignoranza). A tutti coloro che “a parole non perdonano” dico: studiate il nostro codice penale e scoprirete che offre tutte le risposte. L’accusa per Ridha è pesante: un omicidio volontario aggravato dalla premeditazione in Italia prevede l’ergastolo. Dopo la recente riforma non c’è più possibilità di rito abbreviato, quindi niente sconti di pena. Ma c’è sempre la possibilità di difendersi al meglio o perlomeno di provarci. Non sta al giudice perdonare o condannare la mente, l’intenzione, l’anima. Il giudice applica la legge e noi dobbiamo rispettarla.

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