Omicidio della piccola Diana, qualcuno era con Alessia Pifferi quel giorno?

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L’autopsia della piccola Diana Pifferi ha appena rivelato che la bambina di 16 mesi abbandonata dalla mamma in casa per una settimana, morì di fame e stenti e ingerì parte del pannolino pur di mangiare qualcosa. Un particolare agghiacciante che va ad aggravare la posizione della trentaquattrenne di Ponte Lambro in carcere da fine luglio per il delitto della sua bambina. Ma la difesa della donna nel suo ricorso alla Procura contrattacca. La tesi dei legali Luca D’Auria e Solange Marchignoli è che la donna non avesse contezza delle sue azioni e che non volesse di certo uccidere la figlia.

Questa la novità: «È possibile che ci fosse qualcuno con Alessia Pifferi il giorno in cui è uscita di casa per raggiungere il suo compagno a Leffe?»

Un quesito che la difesa della mamma di Ponte Lambro, in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato della piccola Diana di 16 mesi da luglio scorso, hanno formalizzato in una nuova richiesta di incidente probatorio e in seguito al repertamento in casa di due tazzine di caffè di cui una con rossetto e una no. «Se Alessia era in compagnia di un uomo o di qualcuno quel giorno, lo scenario potrebbe cambiare», hanno spiegato i legali Luca D’Auria e Solange Marchignoli.

La donna aveva infatti lasciato la piccola in casa da sola per una settimana per raggiungere il compagno in provincia di Bergamo soltanto con un biuberon di acqua trovandola poi morta di stenti e di fame quando vi aveva fatto ritorno. La donna, che sembra non avere un contatto con la realtà tale da farle comprendere la conseguenza della sua azione terribile, continua a dirsi innocente. Intanto si legge nella richiesta al Gip di Milano: «Nel corso del medesimo sopralluogo l’ispezione ha portato all’individuazione di due reperti di particolare interesse e dei quali si ritiene necessaria l’analisi in quanto potrebbe essere ulteriormente chiarificatrice delle modalità delittuose, rappresentando una sorta di “fotografia” della scena del delitto negli attimi precedenti all’uscita dalla propria abitazione dell’indagata Alessia Pifferi; I reperti identificati sono: nr. 2 bicchieri da caffè rinvenuti all’interno del “lavello” della cucina dell’appartamento di via Parea in uso ad Alessia Pifferi. Tali bicchieri da caffè contenevano ancora un residuo di sostanza liquida di colore marrone (presumibilmente caffè) e, sulla parte esterna di una delle due, una traccia di colore rosso da identificarsi, presumibilmente, in rossetto;

L’analisi di questi due reperti risulta necessaria in quanto idonea a chiarire se, nell’appartamento abitato dall’indagata e, nella specie, in un momento temporalmente assai prossimo al ritenuto abbandono della figlia minore Diana, l’indagata fosse sola oppure in compagnia di altre persone. Risulta ancora maggiormente decisiva in relazione alle attività svolte nel tempo prossimo all’abbandono della minore, eventualmente anche verificando un possibile contatto di persone diverse dalla madre Alessia con oggetti a disposizione di Diana ovvero altri oggetti presenti nell’appartamento e rispetto ai quali sono state ordinate analisi biologiche (e verso le quali questa difesa ha già proposto istanza di “allargamento” del quesito peritale anche ad analisi dattiloscopiche).

Ciò detto è del tutto evidente che senza queste analisi e dunque in assenza di un’estensione del quesito di analisi oggetto dell’incidente probatorio in atto, non sarebbe possibile determinare chiaramente la scena del crimine e chi abbia realmente “partecipato” alla medesima».

Su quei reperti la difesa della Pifferi con la consulenza dell’ex generale dei Ris Luciano Garofalo chiede di svolgere analisi sia genetiche che dattiloscopiche e anzi prima queste e poi quelle sul Dna se non fossero sufficienti. L’accusa sostiene che la Pifferi possa aver sedato la bambina prima di uscire di casa con benzodiazepine, anche perché in casa ne fu trovata traccia. In questo caso lo scenario sarebbe tutt’altro ovvero Alessia avrebbe potuto anche prevedere che sarebbe accaduto il peggio. «Non mi sentivo pronta a fare la mamma» aveva detto durante il primo interrogatorio. Ma la difesa anche quelle parole mette in discussione come non auto accusatorie.

Nella precedente richiesta fatta dai legali, respinta dal giudice milanese,  si chiedeva di far svolgere le stesse duplici analisi sul biberon della piccola Diana per verificare quali soggetti lo avessero utilizzato oltre a lei. «Finora le tracce di benzodiazepine sono state ritrovate soltanto sui capelli della bambina e quindi si potrebbe anche ipotizzare una contaminazione – ha aggiunto l’avvocato D’Auria – madre e figlia furono ricoverate otto mesi prima in ospedale a quanto ci ha riferito la Pifferi, quindi è possibile che le avessero assunte allora». La difesa punta infatti a non far riconoscere il gesto della mamma come omicidio, in quanto non c’era nella sua testa la volontarietà di farle del male, ma eventualmente una morte per conseguenza di altro reato esempio l’abbandono. «Ho studiato neuroscienze e vedo la Pifferi una volta la settimana – ha spiegato Luca D’Auria – sono convinto che a causa della sua vita precaria, in cui dopo la perdita del padre ha continuato spasmodicamente a cercare un uomo che condividesse tutto, la sua mente si sia come ritratta. In pratica è come se lei non abbia la programmazione del futuro nelle sue azioni». Insomma una vicenda tutt’altro che chiusa quella della mamma di Ponte Lambro che non mancherà di riservare sorprese.

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