Minacce non solo sui social e calunnie, la colpa di Silvia di essere donna

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Dal momento in cui Silvia Romano, la volontaria ventiquattrenne rapita a novembre 2018 in kenya e liberata il 9 maggio scorso, è scesa dall’aereo militare in abito islamico e amaro sorriso disteso in viso annunciando di chiamarsi Aisha, nel nostro Paese è scattata la più grande campagna di odio mai vista sui media negli ultimi anni. Una campagna che si è scatenata sui social con minacce di morte e insulti irripetibili, ma anche con diffusione incontrollata di fake news assurde, e che è giunta alle maniere forti. Sul davanzale dell’appartamento di via Casoretto 1, sottostante a quello della famiglia di Silvia Romano, i vicini hanno trovato i cocci di una bottiglia che è stata lanciata contro la finestra della ragazza. Un gesto violento che vuol dire molto di più di quello che è stato. Per non parlare del deputato leghista che l’ha calunniata come “terrorista” solo perché era in abiti islamici e di Vittorio Sgarbi che la denuncerebbe per connivenza con i terroristi. In un paese civile e democratico tanto odio non è comprensibile. I carabinieri dei Ros di Milano e la Polizia sono impegnati nelle indagini per identificare gli autori delle minacce informatiche e no, la Prefettura è costretta ad organizzare un servizio d’ordine sotto la sua abitazione per evitare gesti di violenza.  Abbiamo seguito la vicenda umana di questa giovane, laureata in mediazione culturale con specializzazione in criminologia, desiderosa di fare un’esperienza di aiuto nei paesi più in difficoltà. È stata rapita da un commando poi venduta ad altre bande di terroristi somali sanguinari, trascinata di covo in covo, privata di tutto, prima di tutto della libertà. E soltanto perché non è stata torturata o violentata o peggio ancora uccisa qualcuno si permette di prendersela con lei e non con quei terroristi? Soltanto perché si è convertita (sono fatti suoi peraltro, ndr) all’Islam non possiamo più considerarla una di noi? Forse gli ignoranti non le perdonano il sorriso che aveva mentre abbracciava i suoi? E sfido chiunque a non fare lo stesso dopo 536 giorni di prigionia… Oppure non le perdonano di essere donna? Se andiamo nel passato troviamo prigionieri (maschi) italiani per cui sono stati mobilitati i servizi speciali e segreti, giustamente, troviamo riscatti (mai ufficialmente dichiarati) pagati dallo Stato per liberarli, peraltro presi da un fondo apposito…Ma l’odio lo scateniamo solo su questa donna fragile e giovane che ha tutta la vita davanti e tutto il diritto di ricostruire una vita dopo il trauma subito. E finisco con le parole del papà Enzo: «Non è che se sorride vuol dire che sta bene ed è felice, è solo sopravvivenza, è solo il modo di non crollare in depressione». bene se gli haters scatenati forse nel peggio dal lockdown continueranno Silvia quel sorriso lo perderà di nuovo e con lei tutte le mamme e i papà che hanno una figlia in questo Paese. Adesso lasciamo fare alla Giustizia e speriamo di mettere a tacere questi delinquenti non solo da tastiera.

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