Lidia Macchi, un giallo infinito. Parola alla Cassazione

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Nei prossimi giorni, precisamente il 29 gennaio, la Corte di Cassazione si esprimerà sul ricorso presentato dalla Procura Generale di Milano e – ad essa associati – dai legali della famiglia di Lidia Macchi, contro la sentenza di assoluzione di Stefano Binda. Il cinquantatreenne amico della ventenne di Varese dopo essere stato condannato in primo grado all’ergastolo per l’atroce delitto della povera Lidia avvenuto il 5 gennaio del 1989 nei boschi di Cittiglio (Va), era stato infatti assolto con formula piena in secondo grado. Per la Procura, sostenuta da Gemma Gualdi, però, l’assoluzione non sarebbe giuridicamente regolare visto che le prove contro Binda erano più che certe. Contrari ovviamente gli avvocati della difesa di Binda, ai tempi del delitto studente universitario amante delle lettere e tossicodipendente, hanno sempre creduto alla sua assoluta innocenza. Lui che oggi è tornato a vivere a casa della mamma a Brebbia, sul lago maggiore, attende quindi la decisione della Suprema Corte che potrebbe riaprire un nuovo processo oppure confermare l’assoluzione.

Questi i fatti. Ho scelto di approfondire questo caso non tanto per la vicenda processuale,  ma perché questa storia è pazzesca e offre molti spunti di riflessione.Vediamo le tappe del caso :il 5 gennaio 1989 Lidia Macchi va con la Panda del papà a trovare l’amica Paola Bonari all’ospedale di Cittiglio dove rimane fino alle 20,15. Poi sparisce. Gli amici di Comunione e Liberazione (Cl), iniziano le ricerche. Il 7 gennaio tre di loro trovano il cadavere di Lidia accanto alla sua macchina in un bosco a 700 metri dall’ospedale. Ha avuto un rapporto sessuale prima di morire, ma non è mai stato accertato se è stata violentata. Il 10 gennaio alla famiglia viene recapitata una lettera anonima con una poesia “In Morte di un’amica” nella quale sembra sia ricostruito il delitto. Non viene fatta allora alcuna perizia sulla lettera. Il titolare delle indagini di allora, il procuratore Agostino Abate, si concentra su preti e membri di Cl, il gruppo frequentato da Lidia insieme agli scout. Quattro sacerdoti (tra cui don Antonio Costabile, che ha benedetto la salma di Lidia) e un professore di filosofia di Cl vengono indagati per omicidio. La curia di Milano invia a Varese il suo legale Federico Stella: chiede che l’inchiesta sia tolta ad Abate. Nel novembre 1987 il programma tv “Giallo”, condotto da Enzo Tortora, lancia una campagna per sottoporre gli abitanti della città alla prova del Dna, il nuovo test che in Inghilterra aveva appena permesso di arrestare l’assassino di due ragazze. Vengono convocate in questura quattro persone, tra cui il compagno di scuola Giuseppe Sotgiu, per effettuare un prelievo di sangue. I campioni vennero inviati in Inghilterra ma i risultati non portano a nulla. Troppo poco il liquido seminale prelevato dal corpo di Lidia. Nel frattempo il magistrato viene trasferito, i reperti del caso, tra cui l’imene di Lidia, vengono distrutti per far spazio negli scaffali. Nel dicembre 2013 la svolta. Con un prete ancora sospettato (don Costabile) le indagini su Lidia Macchi vengono avocate a Milano, dal sostituto Procuratore Generale Carmen Manfredda. Giuseppe Piccolomo, condannato all’ergastolo per l’omicidio di un’altra donna e conosciuto come il killer delle mani mozzate, viene accusato di essere il killer di Lidia. Sono le sue figlie a raccontare che il papà, uomo violento, le spaventava e le minacciava dicendo “che avrebbe fatto fare loro la fine di Lidia”. Sembra poi che i cartoni di imballaggio della cameretta delle figlie, comprata nel 1987, erano uguali a quelli che ricoprivano il corpo di lidia. Purtroppo lui viene scagionato perché non ci sono prove. Nell’agosto 2015 viene indagato Stefano Binda, un disoccupato e con problemi di droga, ciellino, ed ex compagno di liceo di Lidia Macchi. Patrizia Bianchi, ciellina anche lei, si era presentata alla polizia dopo aver visto, durante il programma tv “Quarto Grado”, la lettera ricevuta il 10 gennaio 1987 dai genitori della sua amica Lidia. Patrizia ha riconosciuto la grafia di Binda, di cui era innamorata, e consegnato alcune cartoline che lui aveva spedito negli anni ’80. Secondo una perizia la scrittura è uguale. In virtù della convinzione che a scrivere la poesia fosse stato l’assassino perché in essa erano descritti riferimenti al rapporto sessuale e al meteo di quella notte, Binda viene arrestato il 15 gennaio 2016. Durante una perquisizione a casa di Binda viene trovata un’agenda del 1987. Mancano le pagine dei giorni in cui Lidia venne uccisa. All’interno c’è scritto: “Stefano è un barbaro assassino”.A marzo 2016 la salma di Lidia viene riesumata alla ricerca di eventuali tracce di Dna. Vengono isolate oltre 6000 formazioni pilifere e quattro non sono di Lidia e sono sul pube. Dal dna mitocondriale viene esclusa la compatibilità con il Dna nucleare di Binda. C’è poi uno scontro di perizie grafologiche e una esclude che la lettera sia scritta da Binda. E – forse la prova più importante – viene stabilito che Binda nei giorni dell’omicidio era in vacanza a Pragelato in montagna. Un testimone lo ricorda bene. Ma sono passati 30 anni!!! Insomma nel 2017 Binda è condannato all’ergastolo e nel 2019 in Appello viene assolto. Adesso la Cassazione deciderà.Troppi anni dopo.

Le domande che ci poniamo ancora sono: perché distruggere reperti importanti che alla luce delle nuove tecniche investigative scientifiche avrebbero potuto magari dare una risposta? È possibile condannare e incarcerare una persona dopo così tanti anni in virtù di un’interpretazione psicologica di una poesia e senza una prova scientifica in virtù di ricordi forse troppo labili? Di fatto non è stata mai trovata l’arma del delitto, ai tempi forse non si è mai presa in considerazione l’ipotesi che ad uccidere Lidia possa essere stato un maniaco sconosciuto, convinti che sia stato per forza qualcuno che conosceva. Questa indagine ha sempre presentato troppe falle e dimostra come la scienza oggi più di prima può essere fondamentale per condannare o assolvere un sospettato. Ma la scienza ancora può essere interrogata? Forse sì, grazie a quei Dna su quei capelli trovati sul pube di Lidia. Forse. Intanto la sua famiglia (la mamma Paola ancora viva e i fratelli) attendono ancora il nome del colpevole che – si erano illusi – potesse essere Binda.

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