Lidia Macchi, dopo 29 anni è ancora giallo

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Se non è stato l’amico di Cl Stefano Binda ad aver ucciso Lidia Macchi, la studentessa di Varese, il freddo inverno del 1987 nei boschi di Cittiglio, chi è stato? La domanda su uno dei gialli della Lombardia più impenetrabili, torna a riaprirsi prepotentemente dopo che nei giorni scorsi sono state rese note le motivazioni della sentenza che, pochi mesi fa, ha assolto Binda dall’accusa di omicidio volontario liberandolo dopo tre anni di carcere. Il cinquantunenne, che vive a Brebbia sul Lago Maggiore con la famiglia, era stato arrestato dopo che la Procura Generale di Milano aveva riaperto il cold case tre anni fa in seguito alle dichiarazioni di un’amica dello stesso imputato che aveva riconosciuto Binda come autore della lettera anonima “In Morte di un’amica” arrivata alla famiglia di Lidia il giorno del funerale. In quella missiva, scritta in versi, il presunto assassino raccontava la dinamica del delitto descrivendo il clima di quella sera e dando un particolare, come quello dello stupro, che solo l’assassino avrebbe potuto conoscere. A suo carico, dunque, la perizia calligrafica dell’accusa, una fantomatica mancanza di alibi per la sera del 5 gennaio 1987, quando Binda disse di essere stato in montagna, cosa che dopo 29 anni è stato praticamente impossibile confermare o smentire. E poi nessun’altra prova scientifica. Non un Dna di Binda sulla lettera o sul corpo di Lidia. Non un’arma del delitto. E anzi tanti depistaggi, distruzione di reperti importanti come lo sperma dell’assassino, sospetti infondati che si sono succeduti negli anni. Proprio per questo la Corte d’Appello di Milano ha rivoltato la sentenza all’ergastolo di primo grado e ha assolto completamente Binda. proprio perché non c’è una prova che possa essere considerata tale. Scrivono i giudici: «È stato un errore essersi affidati per la verità storica e processuale a prove dichiarate esauritesi in insignificanti fatti concreti e moltissime personali congetture, talune di astratto buon senso, ma pur sempre congetture anche azzardate. Il fatto che l’imputato non potesse smentire le accuse lo rende un assassino, ma senza prove, e a confermarlo è la stessa vittima, perché sul cadavere di Lidia Macchi non c’era alcun segno dell’imputato. È la scienza che ha testimoniato a suo favore». Ci sarebbe poi la questione della lettera in morte di un’amica che non è di Binda e che se pure fosse di qualcun altro, non sarebbe dell’assassino e le energie dovrebbero essere indirizzate a cercare il proprietario del Dna ignoto che era sul pube della vittima. «Non è Binda “ad avere lasciato tracce biologiche sulla busta spedita a casa Macchi per recapitarvi ‘In morte di un’amica'” e “non è lui ad avere lasciato tracce biologiche sul corpo martoriato della persona offesa – si legge nelle motivazioni – la valutazione globale degli elementi accusatori non solo non consente di attribuire l’omicidio di Lidia Macchi a Stefano Binda con un elevato grado di razionalità, ma, al contrario porta ad affermare a suo favore molto di più che il ragionevole dubbio: la ragionevole certezza della sua estraneità al delitto». Ma allora come è andata? Possibile che dopo tanti anni non si possa dare una risposta certa a questa famiglia distrutta dal dolore? Il papà di Lidia purtroppo di quel dolore è morto alcuni anni fa, la mamma, molto anziana, ha seguito il processo e sperato di avere giustizia, come la sorella e il fratello di Lidia. Ma nulla. Tutto si riapre. Forse. I giudici uno spiraglio lo lasciano aperto: cercate tra chi conosceva Lidia. Scrivono infatti: «Ci si può spingere ad affermare – anche se “sottovoce”, con maggior prudenza, senza alcuna pretenziosità, solo deducendolo dai dati temporali di consumazione dell’atto sessuale e di quello omicidiario – che, con elevata probabilità, l’autore fu un individuo facente parte o comunque gravitante nel circuito relazionale della vittima (ovviamente esteso anche a conoscenze e amicizie estranee a Cl e al gruppo scout) e non già un bruto casualmente incontrato nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio», rilevano i giudici. Se si volesse ci si potrebbe provare, ma il rischio di sbagliare ancora non è escluso.

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