Il Giallo di Mattia Mingarelli, le indagini vanno avanti

0
316

«Siamo convinti che Mattia non sia morto per un incidente e siamo contenti che la Procura di Sondrio abbia deciso di prorogare le indagini». Elisa Mingarelli è la sorella di Mattia, trentenne agente di commercio nel settore del vino, trovato morto in un bosco di Chiesa Valmalenco (Sondrio), la notte del 24 dicembre 2018. Lei insieme alla sua famiglia si era opposta alla richiesta di archiviazione delle indagini sulla morte del giovane avvenute in circostanze che lasciano molto spazio al mistero. Tutto era iniziato il   7 dicembre 2018 quando Mattia era partito da Carugo (Co) per raggiungere la casa di vacanze della famiglia in località Barchi a Chiesa Valmalenco. Una sorta di baita posta in un luogo che in inverno è raggiungibile solo con la seggiovia. Ma non c’era neve e lui ci era andato da solo per preparare tutto per le prossime vacanze natalizie dove aveva in programma di andare insieme ad amici. La sera dello stesso giorno era sparito e il suo cadavere, intatto con la testa fracassata, era stato ritrovato dopo 17 giorni, la sera del 24, su un sentiero nel bosco laterale ad una pista da sci. La Procura di Sondrio, dopo le indagini per omicidio, aveva chiesto l’archiviazione del caso perché non avrebbe raccolto elementi sufficienti per andare avanti. Ma la famiglia affidata all’avvocato Stefania Amato si era opposta . Che cosa non ha mai convinto la famiglia? «Innanzitutto il luogo del ritrovamento e la modalità in cui era il corpo – hanno spiegato i familiari – Trovato per caso da dei passanti dopo 17 giorni di estenuanti ricerche a tappeto della Protezione Civile e altri, elicotteri, sommozzatori, cani molecolari, noi e gli amici di Mattia…. senza esito, malgrado per varie volte siano passati vicini al luogo del ritrovamento. L’alta Valchiavenna sopra Sondrio è fin dall’antichità famosa per essere un luogo di confine con esperti contrabbandieri e ancora oggi bracconieri abili a nascondere, luogo che ancora nasconde la verità che cerchiamo. Ma la verità probabilmente sta nella gente del luogo più che in esso stesso». Mattia Mingarelli quando fu ritrovato aveva la faccia voltata verso il cielo e posta a valle e una scarpa slacciata a monte. «Il sentiero era in piano, impossibile cadere o farsi male per uno esperto di montagna come lui – continua la sorella – e se lo avessero colpito per errore e poi lo avessero portato lì nel giorno della Vigilia di Natale mossi da compassione?». Ma chi è perchè? «Credo si sia trattato di un fatto preterintenzionale, mio fratello era una persona serena e tranquilla, innamorata del suo lavoro e non aveva screzi con nessuno; certo che per noi vittime come Mattia il passare del tempo senza risposte e spiegazioni è un tempo “impossibile”, un tempo che non facilita le nostre esistenze e che contribuisce a tenere aperta la ferita ed il dolore.Quello che non vuole la famiglia Mingarelli è far dimenticare questa tragedia e Mattia «un uomo amorevole, concreto sorridente e pacifico. Quel giorno era in compagnia unicamente di Dante, il suo cane affettuoso e gentile. «Ci siamo allarmati subito quando non rispondeva al telefono, visto che lo portava sempre con sé. Poi il telefono è stato trovato il giorno successivo alla scomparsa presso il rifugio “Ai Barchi”. Non crediamo sia possibile per un giovane uomo abituato alla montagna fin da piccolo, oltre che scialpinista, e così prudente addentrarsi in un bosco a lui sconosciuto e nel buio se non in una situazione di grave pericolo». Intanto in nome di Mattia e in attesa della giustizia, la famiglia ha creato un’associazione “La Vigna di Mattia” che realizza i sogni del figlio e fratello: prima è stata piantata una vigna in Sicilia, come lui voleva, e già è stato prodotto uno spumante, poi verrà realizzato un campo da basket in Madagascar per quei bambini che lui aveva incontrato in uno dei suoi viaggi e ai quali lo aveva promesso.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here