Il carcere e la società visti da Stefano Binda, un ex detenuto innocente

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«Mi hanno scarcerato, ma ero già libero prima». Lo ha detto giovedì 1 luglio a Fagnano Olona – in un incontro  dal titolo La Galera degli Innocenti, organizzato dalla Valle di Ezechiele – Stefano Binda, il ricercatore di filosofia cinquantatreenne di Brebbia (Va), prima accusato e detenuto per tre anni e mezzo, poi condannato in primo grado all’ergastolo e infine assolto con formula piena in Appello e Cassazione per l’omicidio di Lidia Macchi. Un delitto efferato avvenuto il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio per cui ancora non c’è un colpevole.

Binda che oggi ha presentato richiesta di indennizzo allo Stato per ingiusta detenzione, sta cercando di riprendersi la sua vita spezzata a gennaio 2016 con l’arresto e la pesante accusa. Ma il carcere, che lui ha vissuto pienamente e con la serenità dell’innocente, lo ha segnato profondamente anche nei piccoli gesti quotidiani. «Il rumore del cucchiaino sulla tazzina al bar ogni volta mi richiama quello delle chiavi e delle sbarre delle celle, sembra assurdo ma è così». I compagni di cella che diventano fratelli, quei 1286 giorni in cui non parli più con chi conosci da una vita, ma ti confronti dietro ad una grata con chi devi conoscere. «Solo l’umanità mi ha salvato dal vuoto – ha detto Binda – ma credo che questa società vada responsabilizzata sulla realtà del carcere altrimenti, se si perderà l’umanità e la socialità, sarà sempre peggio». E il futuro Binda lo vede per ora ancora accanto al mondo del carcere con don David Maria Riboldi, cappellano a Busto Arsizio dove lui è stato molto tempo. Don David ha ricordato con Binda la sera del luglio 2019 quando è stato assolto definitivamente e quindi liberato. «I detenuti mi hanno accolto con un applauso quella sera quando sono salito a riprendere le mie cose, ho potuto salutare quelle persone che si affollavano davanti al cancello, io dall’altra parte, ed è l’ultima immagine che ho», ha ricordato Binda. «L’omicidio di cui ero accustato io disturba e non è tollerabile nemmeno in carcere, per questo temevo la reazione dei detenuti – ha spiegato – dopo San Vittore dove sono stato all’inizio, quando sono arrivato a Busto io ero l’appellante, da alcuni ero mal visto e mail giudicato, ma sono stato fortunato perché ho trovato dei legami veri, al punto da sentirmi dopo un sopravvissuto con loro».   Accanto a lui, alla serata della cooperativa sociale La Valle di Ezechiele, il dottor Pietro Buffa, provveditore dell’amministrazione lombarda che ha ricordato momenti difficili nel carcere di Torino dove era stato e che ha commentato i fatti di Santa Maria Capua Vetere: «Purtroppo le mele marce ci sono sempre, a fronte di tanti agenti e persone impegnate in carcere che aiutano i detenuti a restare vivi». Presenti esponenti del mondo carcerario (tra cui il direttore del carcere di Busto Orazio Sorrentino), delle guardie penitenziarie, della giustizia, del volontariato.

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