Gran Premio F1: quando il rumore era gioia

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Era domenica, il sabato si andava solo se le Ferrari erano candidate sicure a conquistare la pole position. La sveglia doveva suonare alla 8.00 ma era già tale l’adrenalina che, anche io come i miei genitori, mi svegliavo alle 7.00. A quell’ora erano già pronti i preparativi. Borsa frigor d’ordinanza con panini e bibite, a quell’epoca si poteva banchettare sugli spalti, tranne quelli della tribuna centrale, e nessuno ancora ti faceva l’analisi logica di cosa portavi all’interno del circuito. No bottiglie, no tappi, no ombrelli, no vetro, no fumogeni, no tric e trac, no maiale che fa ingrassare, no pesce che poi mandi la puzza al vicino, ah si il vicino, quello che ora devi tenere a debita distanza, non salutandolo, se non con il gomito nel quale ci hai appena starnutito. Ma torniamo a noi, terminati i preparativi, alle ore 9.00 al massimo, anche perché papà si stava già “leggermente” irritando, preoccupato di trovare una marea di macchine in coda già dalla tangenziale, si partiva. Io ero sempre vestito uguale, braghette corte, maglioni, k-way e tutto il necessario per fare una spedizione in Antartide, ma soprattutto il cappellino Ferrari, quando all’epoca era un vanto indossarlo o almeno, indossandolo tutti, non facendolo saresti passato per il “nemico”. Il primo momento di tensione era quando entravi in tangenziale, era arrivato l’attimo in cui si scopriva se ci avresti impiegato i consueti 30 minuti dei “giorni normali” da Milano o le 2 ore della “domenica del Gran Premio di Formula 1”. Si perché quel week end, e soprattutto la domenica della gara, le abitudini, per i Milanesi, provincia inclusa e al tempo non c’era l’attuale provincia di Monza e Brianza, cambiavano e non solo per chi aveva la fortuna di assistere al Gran Premio. I movimenti erano scanditi dal momento dell’afflusso, da quello della gara che tutti rigorosamente vedevano anche se nulla importava della Formula 1 e dal momento del deflusso degli spettatori. Comunque noi eravamo placidamente in fila, poi non so quanto placidamente perché papà ogni 5 minuti ripeteva il refrain a mia mamma “vedi che dovevamo partire prima, lo avevo detto”. Un momento di sollievo era dato dallo stagliarsi davanti a noi della Villa Reale che, per i non Monzesi, insieme al Circuito, è il simbolo di Monza. Era segno che eravamo vicini alla meta, ora si gira a sinistra e tutto diritto fino all’ingresso di Biassono, buttando gli occhi qua e là se si aveva la fortuna di vedere un buco per infilare la macchina, perché all’ora, i parcheggi, non costavano le ben 15 euro di adesso ma comunque risparmiare qualcosa dopo aver speso tanto per assicurarci uno dei posti più belli del circuito non era male. Troviamo posto fra una cabina telefonica e una Lancia Delta rossa, arrivata qualche istante prima di noi e che, per rumore, avrebbe potuto tranquillamente competere con i bolidi di F1. Scesi dalla nostra auto ci immettevamo in un fiume di gente, di rosso colorata, e già carica di adrenalina pronta a tifare i loro idoli che fossero Villeneuve, Pironi, Mansell, Berger, Arnoux, Alboreto, Schumacher, Senna, gente che non alzava mai il piede dall’acceleratore. Sembrava che tutta Monza, che dico, tutto il mondo in quel momento si stesse recando a vedere il Gran Premio, gente da ogni dove, mille lingue mischiate, una città che per 3 giorni, ma soprattutto la domenica, diventava il centro del mondo automobilistico ma non solo. In lontananza si udivano già il rumore dei motori, erano le prove libere e questo accresceva l’adrenalina che c’era in noi, impazienti di vedere sfrecciare la Brabham di Piquet, la McLaren di Prost o Senna ma soprattutto le Rosse di Maranello. Finalmente posizionati sulla nostra tribuna al termine del rettilineo, all’altezza della chicane, “perché è il posto dove ci sono più incidenti”, si attendeva trepidanti l’inizio del gran premio fra gare di formula Renault, Abarth e classi minori, ma sempre spettacolari. Ma ormai l’ora era giunta ed incuranti di essere sotto il sole da diverse ore attendavamo quel brivido, che solo il frastuono di un bolide di Formula 1 poteva dare. Le macchine scorrevano davanti a noi per il giro di prova e la gente naturalmente era portata ad alzarsi, all’epoca la ola non era ancora stata sdoganata, incitando il proprio beniamino e nel contempo tappandosi le orecchie per preservare i propri timpani. Da lì a poco la gara partiva, prima chicane, frenatona e tamponamenti a catena, boato del pubblico, le Ferrari erano lì, i loro piloti non mollavano un centimetro, la squadra nei box dava il massimo, ma purtroppo, fra gli anni 90 e 2000 solo Berger e Schumacher hanno portato una rossa sul più alto gradino del podio. Non importa, alla fine invasione del circuito per toccare quell’asfalto ancora caldo e pregno dei pneumatici da gara e per uno scatto, i più fortunati avevano la Polaroid e la foto era subito pronta da mostrare orgogliosamente al fiume di gente che ci avrebbe accompagnato alla macchina prima del lungo tragitto, in termini di tempo, che ci avrebbe portato a casa stanchi ma felici. Lasciavamo la meravigliosa Monza, il suo rigoglioso parco, la stupenda Villa Reale, il mitico Autodromo, per un week end la città capitale del mondo automobilistico e sportivo. To be continued…

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