Giallo di Marcheno, a gennaio via al processo

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Inizia il 14 gennaio 2021 il processo in Corte d’Assise a Brescia per uno dei casi più misteriosi del crimine italiano: il giallo dell’imprenditore dell’acciaio di Marcheno (Valtrompia) Mario Bozzoli, 51 anni, sparito dalla sua fonderia l’8 ottobre 2015 alla fine del turno di lavoro. Alla sbarra, imputato di omicidio volontario premeditato e distruzione di cadavere il nipote trenquacinquenne Giacomo Bozzoli che si è sempre dichiarato estraneo. Il cadavere di Bozzoli non è mai stato trovato ma l’accusa è convinta che sia stato ucciso nello spogliatoio della sua azienda e poi sia stato caricato nell’auto del nipote e portato chissà dove. Si preannuncia una dura battaglia tra l’accusa, sostenuta dal Procuratore Generale Mario Martani e la difesa di Bozzoli con l’avvocato Luigi Frattini per cui “non è escluso che lui se ne sia andato con le sue gambe e sia ancora vivo”.Ma questa sarebbe un’ipotesi ridicola, secondo la famiglia di Mario, la moglie Irene Zubani e i figli Claudio e Giuseppe che si sono costituiti parte civile insieme all’associazione Penelope che si occupa di Scomparsi. La lunga indagine e i fatti partono dalla prima denuncia di scomparsa del marito che Irene Zubani fece ai carabinieri la sera dell’8 ottobre 2015.  Secondo la donna il marito, amato e fedele padre di famiglia, non sarebbe mai andato via chissà dove ed era tempo che si sentiva minacciato dai nipoti che volevano prendere il controllo dell’azienda. Il quadro accusatorio nei confronti di Giacomo Bozzoli sembrerebbe pesante, soprattutto riguardo al movente del delitto. Un movente economico: Mario avrebbe scoperto una truffa ordita alle sue spalle da fratello e nipoti – per distrarre soldi destinati alla Bozzoli per la costruzione di una bnuova fonderia (oggi esistente e funzionante) in bassa valle – truffa che avrebbe denunciato. Inoltre Giacomo secondo testimonianze cristallizzate in un incidente probatorio avrebbe più volte detto di voler uccidere lo zio.  La Procura generale, che avocò l’indagine circa tre anni fa, è riuscita a ricostruire la dinamica del delitto grazie anche alla testimonianza di Aboagje ‘Abu’ Akwasi, l’operaio senegalese, presente nella fonderia di Marcheno la sera dell’8 ottobre 2015, che inizialmente era indagato per concorso insieme a Oscar Maggi, altro operaio, e ad Alex Bozzoli, fratello di Giacomo. Tutti poi usciti dal procedimento. Secondo lui alle 19.12 Mario Bozzoli finito il turno di lavoro chiama la moglie Irene Zubani al telefono e dice  «Mi cambio e arrivo». Poi stando  entra nello spogliatoio. Secondo gli inquirenti Giacomo Bozzoli, che ha in uso un Iphone, è appena entrato in quello spogliatoio, la cui porta si apre solo dall’interno. Sta aspettando lo zio per ucciderlo. Lo confermerebbe il fatto che la app iHealthy che Giacomo ha installata sul device non rileva attività dalle 19 alle 19.18, quando riceve due chiamate a vuoto, perché in quello spogliatoio non c’è campo. Passano più o meno dieci minuti: Giacomo probabilmente aspetta lo zio, lo colpisce cogliendolo quando entra dalla porta, poi lo mette in un sacco di juta ed esce dallo spogliatoio chiudendo la porta dall’esterno. Il suo cellulare torna infatti a dare segni di vita. Esce con la sua Porsche Cayenne parcheggiata in un punto della ditta dove non ci sono telecamere di sorveglianza, alle 19.27 le telecamere all’ingresso anteriore lo riprendono che va via. Alle 19.33 la moglie lo richiama e lui risponde: la cella lo colloca più o meno a Gardone Valtrompia in valle. Ma pochi minuti dopo rientra alla Bozzoli – lui dirà “per dare istruzioni sulla fusione di alcuni metalli”, ma forse per controllare di non aver lasciato “prove” in giro. Sono 19.43 e secondo l’accusa nell’auto trasporta il corpo dello zio: questo lo sostengono gli investigatori, pur non essendoci prove scientifiche , ma è anche vero che un sacco spesso di juta può celare qualsiasi traccia. Questo per la Procura non è fondamentale. Importante è che Giacomo fosse in quello spogliatoio insieme allo zio e che poi di Mario non si sia saputo più nulla. Tra gli indizi pesanti c’è il fatto che nei giorni precedenti le telecamere all’interno della fonderia, proprio nella zona dello spogliatoio e del forno dove lavorava Mario erano state misteriosamente spostate. Comunque l’appuntamento è in aula il 14 gennaio.

C’è poi un’altra vicenda intimamente legata a quella di Mario Bozzoli che, a livello procedurale, sta viaggiando su un binario diverso. Ed è quella della morte misteriosa di Giuseppe Ghirardini, operaio amico di Mario Bozzoli, ritrovato ucciso il 18 ottobre 2015 da una capsula di cianuro, a 100 km da Marcheno, sul passo del Tonale. La Procura ha indagato per istigazione al suicidio contro ignoti: secondo l’ipotesi Ghirardini sapeva cosa era accaduto a Mario, era stato persino pagato con 4 mila euro per il suo silenzio e per il rimorso di non aver detto nulla si sarebbe ucciso. La famiglia seguita da Maurizio Simini e Maria Costanza Rossi non ci crede: «Qualcuno ha costretto Beppe a uccidersi per farlo tacere e secondo noi nel luogo dove è stato trovato non era solo: abbiamo chiesto un supplemento di indagine», questa la verità. Il giorno in cui Beppe sparì, infatti, avrebbe dovuto essere sentito dai carabinieri. La Procura ha chiesto l’archiviazione ma i parenti si sono opposti e il 23 dicembre si sarà se si riapre tutto.

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