Emergenza, quanti errori!

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DI DOMENICO MUSICCO

Il coronavirus ci ha posto davanti ad una situazione senza precedenti. Ma ha evidenziato drammaticamente anche l’incapacità della politica italiana di far fronte alle calamità. Il 31 gennaio il Governo Conte dichiarava lo stato di emergenza per sei mesi. Quando il 21 febbraio scoppiò il primo caso a Codogno, il premier giurò che eravamo pronti da mesi ad affrontare l’epidemia. Si scoprì presto che non avevamo nemmeno le mascherine protettive, una mancanza che ha messo a nudo la realtà di una sanità a lungo esaltata, in realtà ricca di validi professionisti, ma totalmente sguarnita di mezzi. Peraltro, oltre un mese più tardi, la questione mascherine continua ad essere un problema, nonostante l’Italia sia la capitale mondiale del tessile e possa produrne in abbondanza. Ma anche in questo ci si è messa di mezzo la burocrazia, le gare d’appalto negoziate e le normative per cui chi si offre di realizzarle deve fare i conti con un apparato fin troppo macchinoso. I primi decreti governativi, annunciati di sera se non a notte fonda, farebbero sorridere se non ci trovassimo davanti a una tragedia immane. Cito alcune voci surreali: l’ordine di chiusura dei bar alle 18 successivamente mutato in servizio al tavolo, come se il virus contagiasse solo di sera e stesse lontano dai tavolini. Ancora: i mercati chiusi la domenica, ma aperti durante la settimana, come se il morbo riposasse nei giorni feriali. Eppure proprio i mercati di paese sono luoghi enormi di assembramento e soprattutto di persone anziane, le più colpite dal coronavirus. Troppo si è lasciato giocare al calcio, quando i tifosi accalcati potevano diffondere il virus e ammalarsi. E non si è mai fatta la zona rossa nei comuni di Alzano e Nembro, nella bergamasca, le zone più devastate. Perché in quei giorni, prima delle misure di contenimento del 9 marzo, i politici di ogni colore puntavano a riaprire presto tutte le attività: ricordate gli slogan “Milano riparte” e “Bergamo riparte”? In tutto questo c’è davvero da rattristarsi perché tutti erano tenuti a conoscere il primo studio cinese del 24 febbraio, che illustrava la situazione di Wuhan, la culla del morbo. Per arginarlo, la Cina cinturò non solo l’intera città di quasi 9mila chilometri quadrati (differentemente da noi che abbiamo fatto una zona rossa di qualche ettaro) ma ne isolò addirittura la provincia di cui Wuhan è capoluogo, Hubei, vasto il doppio delle sei regioni italiane del nord a più alta mortalità. Al disastro, non potremo dimenticarlo, hanno partecipato alcuni esperti, che andavano in tv e sui giornali a raccontare che il covid-19 provocava poco più di una forte influenza. Oggi ci trovamo così con più contagiati della Cina e oltre il doppio dei morti. Purtroppo credo che ancora l’esecutivo non abbia compreso come affrontare quest’emergenza per la quale sosteneva di essere prontissimo. Non a caso siamo costretti a girare con l’autocertificazione, la quarta propinataci in due settimane, dopo che le denunce sono state trasformate in multe, in un caotico girotondo di decisioni.

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