Cusano, bullismo a scuola. Se ne parla in Comune

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Può manifestarsi attraverso calci, spintoni, percosse. Ma non solo. Anche con parolacce, insulti, prese in giro, calunnie e pettegolezzi. È il bullismo, che nelle sue forme più insidiose, come quelle che si sviluppano per mezzo dei social networks, è diventato un fenomeno sempre più frequente, apparentemente inarrestabile e preoccupante. I dati parlano chiaro: il 35% dei ragazzi italiani dagli 11 ai 19 anni è stato vittima di bullismo. Anche se casi di quest’ultimo sono stati individuati persino in età ancora più precoci, come i 5/6 anni. Sono i ragazzi diventati più aggressivi? È la scuola incapace di gestire il bullismo sempre più imperante? Oppure sono le famiglie che hanno perso il loro ruolo di educatrici primarie insostituibili? A questo e molto altro si è cercato di rispondere in occasione di un interessante incontro che si è svolto in Comune a Cusano Milanino, con la partecipazione dell’Associazione Italiana contro la diffusione del disagio giovanile, gli Amici del Milanino e i Lions Club di Cinisello Balsamo. Presenti anche molti genitori, che hanno ascoltato con grande attenzione i consigli e le spiegazioni della Dr.ssa Patrizia Riccò di A.I.D.D. che ha offerto un quadro estremamente chiaro ma anche allarmante del bullismo dei giorni nostri.

“Il bullismo – spiega Patrizia Riccò – si manifesta in tutti i luoghi di aggregazione  e si caratterizza per tre aspetti fondamentali: intenzionalità, persistenza ed un’interazione asimmetrica, ossia la presenza di un bullo dominante e una vittima passiva” Aspetti che hanno riscontrato anche alcuni genitori che hanno raccontato la propria esperienza, come genitori di bambini vittime di bullismo. “Quando mio figlio era alle elementari, – racconta un papà-  un suo compagno di classe  ha subito ripetute angherie e dispetti da parte di alcuni suo “presunti amici”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando lo hanno costretto a mettere la testa sotto il lavandino nello spogliatoio della palestra. A quel punto abbiamo organizzato un incontro con uno psicologo insieme ai professori e ai genitori del bullo. Questi ultimi tentavano di minimizzare, ma la situazione era diventata talmente grave che era impossibile negare l’evidenza. Purtroppo la nostra paura è di trovarci in situazioni che non sappiamo gestire e capire quali sono i segnali”. E a tal proposito la Dr.ssa Riccò fa chiarezza: “ai genitori dico sempre di attivare molto l’osservazione, di notare oltre alle parole, quelle posture che danno l’idea di tristezza e paura: spalle chiuse, sguardo basso. In più le vittime del bullismo hanno un calo del rendimento scolastico, non vogliono più andare a scuola o in quei luoghi che per loro erano piacevoli come la palestra o l’oratorio. Se questi comportamenti durano tanto nel tempo, bisogna attivare l’insegnante; il bambino ha bisogno dell’adulto che deve tenere aperto il canale della comunicazione. Se la chiusura è totale bisogna confrontarsi con altri adulti che lo vedono in oratorio o in palestra. Ricordiamoci che la vittima non si fa le ossa con il bullismo tutt’altro. In genere poi le famiglie dei bulli, caratterizzate da un clima di relazioni aggressive o all’opposto da un grande permissivismo, non si accorgono di quello che fa il proprio figlio. Lo vediamo anche quando vengono intervistati in televisione, hanno lo sguardo come per dire “ come è possibile? quasi non ci credono”.  Spesso ciò accade perché negli ultimi anni, il fenomeno, chiamato anche cyberbullismo, si nutre dei social networks come veicolo preferenziale, palesandosi in maniera più astratta,  ma provocando, spesso, conseguenze altrettanto  devastanti per la vittima, che si sente perseguitata ovunque, senza limiti spazio-temporali. “ Mia figlia- racconta una mamma- ha cominciato ad essere insultata dalle sue amiche perché si era fatta sorprendere nello spogliatoio in reggiseno da un ragazzo che era stato buttato dentro per scherzo. Hanno cominciato a darle degli epiteti sgradevoli, arrivando a creare addirittura un gruppo su whatsapp in cui la ridicolizzavano. Lei non mi ha detto nulla, l’ho scoperto da sola guardando sul cellulare e ho visto che per fortuna lei rispondeva a tono, dicendo che sarebbe andata dalla preside se non avessero smesso. Poi si sono stufate ed è finita bene. A mia figlia ho sempre detto di cercare di confrontarsi con l’autorità, non risolvere le cose da sola”. È successo tutto all’inizio della 1° media – prosegue un’altra mamma- mia figlia aveva una grande amica, ma poi per un malinteso hanno litigato e l’altra ragazza ha cominciato a screditarla sui social, facendo terra bruciata intorno a lei ed è rimasta sola. Anche quando si era lontani da casa, lei agiva infangandola con accuse non vere. Mia figlia ne ha risentito molto, sia come andamento scolastico che come stima personale, perché anche le altre compagne di classe  credevano all’altra ragazza e si erano coalizzate tutto contro. Per fortuna ho avuto molto aiuto da parte di due professori ai quali avevo fatto presente l’accaduto e loro hanno organizzato un colloquio con le ragazze che alla fine hanno chiarito, anche se la grande amicizia che c’era prima non è più tornata. Mia figlia ci ha confidato tutto abbastanza subito, all’inizio ci diceva che non stava bene a scuola e di andarla a prendere e a noi ovviamente sembrava strano, poi ha ammesso che non era vero e che era dovuto alla campagna. L’altra mamma sapeva, non è mai venuta da me per un confronto, poi casualmente ci siamo sentite per telefono, è saltata fuori la questione e lei si è dispiaciuta dicendo che non sospettava nulla minimamente. Da quello che abbiamo capito, quella ragazza non era controllata sui social. Facebook e Whatsapp sono strumenti davvero pericolosi.” A confermarlo è anche Patrizia Riccò: “ Il cyberbullismo non ha limiti di spazio e di tempo, quindi la vittima è sopraffatta in tutti gli ambienti e in qualsiasi momento. Sono  tecnologie che vanno  messe a disposizione e dosate a seconda dell’età. Ci sono bambini che hanno già in mano i social ai 10 anni. Questo è un rischio, perché a quell’età non hanno una struttura di personalità tale da riuscire a difendersi. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare: oggi i genitori sono digitalmente distratti e molto presi da questi strumenti a loro volta. Non posso quindi certo pretendere che mio figlio durante i compiti non usi il cellulare se poi io genitore ce l’ho a tavola o mentre lui parla. È l’esempio che conta. Nella mia esperienza di spazio di ascolto delle medie, i ragazzini si lamentano del fatto che non sono mai ascoltati davvero. Nella preadolescenza i giovani hanno bisogno di un ascolto puro, della testa libera. Per fare questo bisogna rieducarsi e non è una cosa semplice. Un ruolo importante – conclude la Dr.ssa Riccò- è anche quello delle scuole, oggi sempre più sensibili al fenomeno, tanto che sono in crescita le richieste da parte loro di progetti antibullismo. Certo, si tratta di incontri ridotti,  quindi è fondamentale che questa cultura possa continuare anche nelle ore scolastiche con gli insegnanti”.

Elisa Pessina

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